Il pregio più alto del manoscritto risiede nella sua assoluta unitarietà stilistica e decorativa. Il codice rappresenta una delle vette più alte del Maestro Guillebert di Metz, miniatore specializzato in Libri d’Ore, operoso tra il 1410 e il 1440 nell’area meridionale delle Fiandre. Il nome convenzionale deriva dal copista del Decameron conservato alla Bibliothèque de l’Arsenal di Parigi (ms. 5070); per il frequente impiego della foglia d’argento l’artista è noto anche come “Maestro dei cieli argentei”. Gli studiosi concordano nel riconoscere nel nostro Libro d’Ore uno dei suoi capolavori più luminosi.
La decorazione, profusa con generosità in ogni parte del manoscritto, comprende ventitré grandi miniature raffiguranti episodi della vita di Cristo, della Vergine e di alcuni santi, tra i quali spicca Santa Barbara, forse omonima dell’aristocratica committente. Nel calendario prevalgono invece i santi della diocesi di Utrecht. Innumerevoli sono le iniziali ornate, le cornici e i fregi, caratterizzati da foglie d’acanto interrotte da edere, grottesche e piccole scene con figure umane e animali, resi con un colore fresco e luminoso, ravvivato dai riflessi dell’oro e dell’argento.
Un frammento del foglio di guardia originale ricorda che il codice fu donato dal conte bresciano Durante Duranti (1718–1780), poeta vicino allo stile del Parini, “al valoroso Padre Abate Trombelli”, il quale lo cedette alla Biblioteca del Convento del SS. Salvatore, dove compare nel catalogo settecentesco con il numero 780. Secondo il Frati, il manoscritto sarebbe stato offerto al Duranti nel 1755 da Carlo Emanuele III di Savoia come ringraziamento per la dedica delle sue rime. Rimasto nella Biblioteca del SS. Salvatore fino al 1796, dopo la parentesi napoleonica e un periodo in Francia, il codice fu infine donato nel 1828 dai Canonici all’allora Biblioteca Pontificia, insieme al Codice di Lattanzio e al ms. 1554, quale riconoscenza per la custodia prestata ai loro preziosi manoscritti.
Commentario a cura di Maria Vittoria Spissu









