Il manoscritto presenta il tipico decoro a bianchi girari dei codici umanistici italiani del XV secolo, arricchito da motivi simbolici come i parrocchetti napoletani e le farfalle fiorentine. La loro presenza congiunta è significativa, poiché Napoli e Firenze erano in guerra negli anni Settanta del Quattrocento, mentre il proprietario del codice, il cardinale Giovanni d’Aragona, ebbe un ruolo centrale nei negoziati di pace.
Sulla prima pagina compare lo stemma aragonese, in passato attribuito erroneamente a Ferdinando II: si tratta invece delle armi del figlio, Giovanni, probabilmente originariamente sormontate da un cappello cardinalizio poi sostituito da una corona quando la sua biblioteca fu unita a quella reale.
Ricerche recenti hanno ricostruito il percorso del manoscritto dal Quattrocento all’Ottocento: dalla sua origine napoletana giunse in Inghilterra, passò nelle collezioni francesi del ducato di La Vallière, quindi nelle mani del libraio Bernard Quaritch e infine del bibliofilo William Morris, attratto dalla qualità dell’illuminazione. Fu attribuito a Gioacchino de Gigantibus, ma tale assegnazione è oggi considerata incerta.
L’autore del testo, Cristiano Proliano, precettore presso la famiglia Petrucci, potrebbe aver utilizzato il manoscritto come strumento didattico. L’opera è articolata in cinque sezioni e tredici capitoli: tratta gli elementi aristotelici della sfera celeste, il sistema solare, la geografia astronomica, le eclissi di Sole e Luna e presenta tabelle sulle congiunzioni e opposizioni dei pianeti, oltre alle registrazioni delle eclissi osservate dal 1478 secondo il “Meridiano di Napoli”.











